Nel dialogo italiano esistono almeno due registri linguistici. Esiste il tu, informale, ed esiste la forma “educata” del lei. Una delle questioni più dibattute tra gli studenti stranieri – specie da chi parla lingue in cui questa distinzione non c’è – è quando usare l’uno e quando usare l’altro.
Chi studia una lingua è affamato di regole per destreggiarsi, ma è sempre difficile, da italiani, offrire indicazioni precise su quando è il momento di dare del tu e quando è il momento di dare del lei.
Si può tagliare la testa al toro affermando che il tu si usa in tutti i contesti informali: tra amici, tra familiari, tra bambini, con i bambini – oppure tra estranei, per lo più coetanei, fra i quali può nascere subito una certa confidenza. Il lei, invece, è comune tra adulti ultraquarantenni, nel rivolgersi ad una persona molto più grande d’età (tipicamente anziani), o in contesti formali in cui non è opportuno accorciare le distanze (cameriere e cliente, per esempio).
È difficile – diciamo impossibile – che due interlocutori sotto i trent’anni si diano mai del lei, mentre è più facile che tra adulti più grandi, meno inclini ad entrare in confidenza, si eviti in prima istanza il tu, per poi magari concederselo una volta che il ghiaccio si è sciolto.
In generale, superata una certa età (diciamo 45-50 anni), la regola del lei, tra estranei, non viene mai violata, neanche tra coetanei. Al di sotto di quel limite, è invece probabile che due persone della stessa età, pur non conoscendosi, scivolino dal lei al tu di comune accordo. A volte la richiesta è esplicita: possiamo darci del tu? A volte, invece, una persona stizzita di fronte ad un tu non concordato, può reagire in malo modo, pretendendo che si mantengano le distanze: chi le ha dato questa confidenza? Mi dia del lei!
In ogni caso di tratta di una “regola del pollice”, e tutto dipende dal contesto.
L’unica cosa che posso affermare con certezza è che, dietro la regola del lei, si nasconde molta ipocrisia. Non si vedrà mai un italiano rivolgersi ad un extracomunitario o a un vu cumpra’ dandogli del lei. La forma che si usa per rivolgersi ad animali, a bambini e – ahimè – a chi si ritiene in basso nella scala sociale è proprio il tu.
In alcune zone del sud è ancora vivo e vegeto il rispettoso voi. Ha un vago sapore ottocentesco e viene adoperato quasi esclusivamente per rivolgersi agli anziani.
Qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, è apparso un articolo a firma Vittorio Messori, uno scrittore cattolico. Non credo si offenderà se lo definisco uno scrittore cattolico alquanto bigotto. Il suo pezzo – un compendio di scemenze fuori dal comune – annuncia di voler essere una “riflessione (provocatoria) sul dilagare del tu” e quel “provocatoria”, piazzato tra parentesi in via cautelativa, fa già sorridere.
Si inizia con uno sfogo: difficile per un cattolico di destra vivere il sessantotto, tempo animato da uno spirito “rosso” di rivalsa, teso ad abbattere proprio l’ipocrisia borghese in cui il giornalista-scrittore sguazzava (e sguazza) così bene. Addirittura, sprangato dai ragazzi in eskimo che lo purgavano come sovversivo, obbligandolo a bere olio di ricino e forzandolo ad entrare in confidenza, gli sembrava d’aver fatto un salto a trent’anni prima, quando Achille Starace, gerarca fascista, aderendo a quel “cupolone di stupidità” (cit. Andrea Camilleri) che è stata la moda mussoliniana, emanava le sue disposizioni di abolizione del lei in favore del voi[1].
Si continua citando l’influenza (che a questo punto è da ritenersi per lui positiva) che i professori di ginnasio hanno esercitato sullo studentello, quando il tu lo riservavano agli immigrati meridionali[2]. Gli esempi poi citati per decretare che il lei merita ancora rispetto sono niente popò di meno che suo padre, militare nel Regio Esercito[3], e la Madonna. Ebbene sì: se la Vergine, nelle sue 18 apparizioni (descritte come cose certe), ha usato il voi per rivolgersi a pastorelli e pezzenti francesi, un motivo ci sarà, no?
Immancabile, da parte di un bigotto borghese cattolico, la stoccata alla Rivoluzione francese, all’egualitarismo e allo stalinismo. Solo un timido accenno al nazionalsocialismo – così, tanto per far finta d’essere politically correct.
Il vero fuoco d’artificio, tuttavia, è nel trafiletto finale messoriano. Un vero capolavoro. Una grossa idiozia che esplode nel cielo, aprendosi in una rosa di filamenti luminosi: ogni totalitarismo – a detta del fine analista della società contemporanea – “impone la fraternità a colpi di tu“. Difendere il lei è quindi un “forse piccolo ma significativo impegno per la libertà”.
Secondo Messori, cioè, la nostra società sarebbe in pericolo dal serpeggiare di una familiarizzazione spinta; come dire: diamoci del lei per non finire in una dittatura.
Di fronte a parole del genere si può solo allargare le braccia, farsele ricadere pesantemente sui fianchi e mettersi a ridere. Dispiace solo che “giornalisti” come Messori trovino spazio su dei quotidiani nazionali, che avallano, con la loro autorità, dei mucchi di scempiaggini tali.
La verità è che in italiano non esiste alcun “dilagare del tu”. In italiano esistono due registri specifici, ed è impossibile fare a meno di uno in favore dell’altro. Nessuno forza nessun’altro ad entrare in confidenza, nella vita di tutti i giorni. Sfortunatamente, però, l’italiano non è una lingua come l’inglese, in cui la soluzione intelligente dello you ha un sapore di “confidenza intermedia” (né di familiarizzazione sfrenata del tu, né di formalità ingessata del lei), e non può neanche diventarlo col tempo.
In italiano si può essere rispettosi pur adoperando il tu, così come vestire elegantemente la propria maleducazione con l’abito sgargiante del lei. Come in tutti i contesti della vita, bisogna tenere a mente la distinzione tra forma e sostanza:
[1] A conferma della dilagante stupidità di quel periodo, la rivista “Lei”, rivolta ad un pubblico femminile, dovette ribattezzarsi “Annabella”. Fu inoltre inaugurata una “mostra Anti-lei”.
[2] Quegli stessi “terroni” a cui non si fittavano case.
[3] Ovvero in un’epoca in cui persino ai genitori, o tra marito e moglie, si dava del voi.
Ciao e felice anno nuovo! Non ci siamo sentiti da un po’! Spero che tutto sia a posto. Auguri! Melissa
Ciao Melissa! Tanti auguri di buon anno anche a te e alla tua famiglia